UNA, NESSUNA E CENTOMILA
GIANNINA
di Sorella Maria Luigia Saibene
e Sorella Adriana Covre
Luigia Giovanna Pessina
nacque a Caronno Milanese il 30 novembre 1906.
Figlia di Giovanni e Perfetti Carolina, terzogenita di primo letto, crebbe in una famiglia numerosa; la coppia ebbe ben 9 figli di cui 5 morti in tenerissima età. Ne sopravvissero solo quattro: la maggiore, Maria, Giovanna (Gianna o Giannina), Virginia e Pietro.
Il padre, rimasto vedovo, si risposò con la saronnese Angela Cattaneo dalla quale ebbe tre figli: Giuseppe, deceduto pochi giorni dopo la nascita, Carlo e Fausta. È proprio grazie alla figlia di Fausta che abbiamo avuto ricordi e cimeli della zia Giannina; si deve però sottolineare che nella raccolta di dati personali le autrici hanno trovato grande disponibilità da parte di tutti i discendenti Pessina. Un cugino, Camillo Pessina incaricato alla morte di Giovanni di redigere una memoria di appoggio a documenti notarili destinati alla pratica di successione del defunto, ci ha rilasciato uno scritto da cui si apprendono notizie sulla origine della famiglia e che sembra utile sottolineare. La famiglia Pessina, originaria di Limbiate, poi traferitasi a Caronno Milanese (negli anni ’40 cambierà denominazione in Caronno Pertusella), viene definita “…di piccoli proprietari ‘massari’ che lavoravano i terreni di proprietà in una zona dove ancora il lavoro agricolo veniva svolto con il contratto di ‘pigionante’ “. In questo modo il mondo contadino si divideva in due gruppi: quello dei massari e quello dei pigionanti. I primi andavano a costituire una comunità formata da tre o quattro coppie nuziali che trovavano locazione in grandi cascinali con annessi terreni estesi e con importante dotazione di attrezzature agricole. Successivamente la famiglia vendette la sua parte di proprietà e si trasferì a Saronno.
Giovanni poté così offrire alla sua numerosa famiglia una situazione economica di un certo benessere (vista comunque nell’ottica del tempo) e che si tradusse nella possibilità di indirizzare i figli verso studi scolastici che garantissero un futuro meno faticoso e più gratificante dei pesanti e meno sicuri lavori agricoli.
Le sorelle Maria e Virginia affrontarono studi commerciali che si concretizzarono in lavori impiegatizi, Pietro divenne impiegato di banca ma col matrimonio si dedicò ad una attività commerciale (eredità acquisita dalla moglie), Carlo, chi conosceva la famiglia lo chiamava ingegnere, in realtà non terminò gli studi universitari ma questo non gli impedì di divenire un riconosciuto e capace dirigente aziendale. Giovanna frequentò l’Istituto M. Gaetana Agnesi di Milano
diplomandosi nel luglio 1923 come insegnante elementare.
Nell’Archivio comunale saronnese si evidenzia la richiesta della Nostra di “poter ottenere un posto di maestra supplente nelle scuole comunali” e dove si precisano le precedenti esperienze lavorative presso le scuole elementari di Uboldo e Lainate. Dopo aver superato il concorso magistrale regionale il 24 settembre 1925 Giannina entrò in graduatoria e destinata come supplente presso la scuola Regina Margherita di Saronno. In ambito scolastico una breve annotazione sociologica: sono gli anni della riforma Gentile il cui impianto filosofico è indirizzato a costruire l’italiano della nuova società. La prassi educativa passa comunque attraverso l’apprendimento di materie scolastiche diverse per indirizzo ma anche in modo deciso alla cura del corpo con la pratica sportiva. La gestione di queste ultime attività (palestra, educazione fisica, colonie elioterapiche) vennero affidate nella maggior parte dei casi alla cura degli insegnanti.
Ovviamente i direttori di scuola si premuravano di affermare nelle relazioni finali “che avevano provveduto a regolarizzare la loro posizione tutti gli insegnanti fascisti” (da Relazione di fine anno scolastico 1931-32 del direttore Romanini di Saronno).
Anche Giannina risulta dalla scheda CRI che fosse in regola con la disposizione fascista.
Nell’ottobre 1935 Gianna Pessina si iscrisse al corso regolare di Infermiera Volontaria appena inaugurato a Saronno.
Non si conoscono le motivazioni che spinsero la Nostra ad affrontare questo percorso. Giannina non ha lasciato documentazione né confidenze in merito; intravide forse nella acquisizione di apprendimenti sanitari/infermieristici la possibilità di svolgere un servizio scolastico più adeguato e completo avendo anche conoscenza e consapevolezza della utilità dell’ambulatorio scolastico e delle colonie elioterapiche tanto care al regime. Dal suo Stato di Servizio emerge una situazione eccellente: gli esami del primo e secondo anno vennero superati con il massimo dei voti e vengono dettagliatamente segnalati i giorni di tirocinio svolto presso l’Ospedale Civico di Saronno dal maggio 1936 al maggio 1938.
Il diploma porta la data del 31 maggio 1938, numero matricola 10717. Sempre dallo Stato di Servizio emerge un’altra nota: operativa nel 1939/40 presso Ambulatorio scolastico e Colonia di Ceriano Laghetto, paese limitrofo a Saronno. Già si percepivano i venti di guerra: probabile che S.lla Pessina pensasse, o di più, desiderasse partire per missioni umanitarie ma per ora continuava comunque il suo lavoro nella scuola. Qualche allievo, ancora in vita, la ricorda come una insegnante autoritaria e normativa, severa ma capace. Dal report rilasciato da Camillo Pessina vi è un colorito racconto: “…mi ricordo che in famiglia, nel primo anno di guerra non si avevano notizie del fratello Pietro partito per il fronte albanese e allora Giannina disse ai suoi che sarebbe andata lei a cercarlo chiedendo notizie ai militari feriti o ammalati che sarebbero stati ricoverati nel suo reparto”.
Vero o non vero, S.lla Pessina si rese disponibile alla mobilitazione e partì l’8 febbraio 1941 per l’Albania con la nave Ospedale “Gradisca” e quindi assegnata presso l’ospedale militare n° 553 sino a giugno dello stesso anno. Rientrò in Italia con la nave ospedale “Sicilia” e ripartì in novembre per Barce in Libia. Ritornò in Italia pronta per una nuova missione: nel luglio del ’42 si imbarcò per la Grecia, luogo operativo ospedali da campo 503 e 259. Il ritorno avvenne il 15 aprile 1943, ma nel giugno dello stesso anno è di nuovo in viaggio per Ragusa, ospedali di campo 524, 113, 572. Intanto la situazione politica italiana era estremamente grave: il 25 luglio Benito Mussolini venne sfiduciato dal voto del Gran Consiglio del Fascismo e rimosso. Vittorio Emanuele III ne confermò l’arresto.
L’8 settembre 1943 fu data fatidica: venne firmato l’armistizio con gli anglo-americani.
I tedeschi da alleati divennero nemici e come tali si comportarono. Sofia Novellis di Coarazze, capo gruppo delle Crocerossine del campo 572, dove era in servizio la Nostra, racconta in un manoscritto quanto avvenne: “Dopo aspri combattimenti la domenica del 12-9-1943 e mentre il cappellano celebrava la prima Messa cominciò nella città il combattimento con cannoni e mitraglie. Fummo presi prigionieri a Ragusa di Cattaro (Croazia) nell’ospedale da campo dove prestavo servizio con altre sorelle della CRI dall’aprile come capo-gruppo. I tedeschi presero in consegna l’ospedale, ritirarono le armi agli ufficiali e da quel giorno fummo isolati e guardati da sentinelle, aspettando la nostra sorte, senza mai sapere dove saremmo state destinate e quale la nostra fine… dai tedeschi fu portato via quasi tutto il materiale sanitario. Il vitto cominciò ad essere molto misurato e andavamo avanti, giorno per giorno, aspettando ordini” (parte di resoconto apparso sul bollettino dell’Unitalsi piemontese “Credo” nel febbraio del 1952) Ecco un’altra testimonianza raccontata da S.lla Maria Vittoria Zeme – i suoi ricordi fissati su di una agendina, al rientro in patria, saranno pubblicati con il titolo “Il tempo di Zeithain” -:“…dopo l’8 settembre del ’43 i tedeschi ci misero di fronte alla scelta di aderire (nn.aa.: scegliere di aderire alla R.S.I.), ma più che una scelta era un ordine carico di minacce. Alcune sorelle optarono (optare come sinonimo di adesione): 2 del nostro ospedale, altre di altri ospedali. Molti medici aderirono, qualcuno invece si rifugiò sulle montagne. I degenti erano più disposti a scegliere la nostra sorte e questo incattivì i tedeschi ritenendoci i responsabili delle non adesioni. Abbiamo vissuto giorni di tensione e di responsabilità ma la nostra fu una decisione ferma, senza tentennamenti. Così il 26 ottobre 1943 ricevemmo l’ordine di partire. Ci caricarono su carri bestiame, malati feriti e Sorelle. Il viaggio fu lungo: 11 giorni di pena. Una volta al giorno ci davano una galletta ammuffita e, se potevamo scendere, ci precipitavamo a rincuorare i fratelli ma potevamo fare ben poco essendo continuamente minacciate.
Un viaggio infinito e terribile sino a Zeithain “campo di morte”. Rubiamo ancora un brano dal testo di M. Vittoria Zeme: “Il Reserve Lazarett di Zeithain era una dipendenza dello Stammlager IV B di Muhlberg/Elbe tra Dresda e Lipsia. Un lager internazionale con 6.000 prigionieri di guerra (Kgf) inizialmente russi poi anche polacchi, francesi, inglesi, americani, indiani e infine gli internati italiani (IMI).
Questi erano concentrati in 78 baracche e diviso in tre sottocampi: A medicina generale e malarici, B per chirurgia, C per infettivi e tubercolotici, con 520 ricoverati (il curatore del testo di M.V.Zeme in nota 3 pag.28 , op.cit.). A Zeithain nell’ottobre del ’43 giunsero le prime tradotte di infermi italiani dagli ospedali della Croazia e nello specifico da O.C. 572 con 7 Crocerossine” a capo delle quali vi era S.lla Sofia Novellis di Coarazze e tra loro anche Giovanna Pessina. Successivamente giunsero altri infermi e 13 Sorelle dal campo 536 di Atene.
Le Sorelle internate furono quindi in numero di 20 più due “aggregate” considerate infermiere volontarie perché fossero protette ma poi, al termine della guerra, almeno per la contessa Schaffgotsch venne il riconoscimento della funzione di I.V. a tutti gli effetti.
Altra testimonianza sulla durissima vita del campo è stata lasciata da Edvige Schaffgotsch nel suo diario pubblicato alla fine del conflitto con il titolo “Il regno dell’amore non conosce confini”: “Il nostro campo si allarga sempre di più. Ogni giorno giungono nuovi contingenti dalla Grecia, dalla Jugoslavia e pure italiani… Questi poveretti sono trattati con una tale crudeltà che, molte volte, dopo pochi giorni, muoiono. I loro corpi portano i segni dei maltrattamenti e loro stessi ci raccontano le loro sofferenze… venivano battuti crudelmente dai sorveglianti. Noi facciamo servizio nelle baracche, finché annotta e, quando viene il momento di ritirarci, i soldati supplicano le Sorelle di non abbandonarli. Hanno paura di morire soli, al buio, senza assistenza: è proibito anche al sacerdote di rimanere presso un agonizzante. Al mattino, quelli trovati morti sono tirati giù dai letti e, al cospetto di tutti, spogliati e infilati nudi in un sacco…”. In questa dimensione apocalittica le Sorelle scelsero di restare, si rifiutarono di optare per la R.S.I. e di abbandonare i morituri; queste le due cause che impedirono il loro rimpatrio creando anche qualche imbarazzo per la non osservanza delle norme regolate dalla Convenzione di Ginevra del 1929. Dopo mesi di permanenza comunque si cominciò a parlare di rientro in Italia per il personale CRI. In marzo viene inviata alla capogruppo una lettera firmata dal Comandante italiano del Campo dottor Cornelio Rizzi già Direttore Sanità 6° C.d.A. che sottolinea l’enorme portato umano e professionale profuso dalle Crocerossine; una seconda lettera arrivò in maggio a firma del Comandante del Campo dottor Luke in cui ringraziava le Sorelle per il lavoro svolto e dove pare emergere una briciola di scuse.
La partenza sembra imminente, in realtà avverrà solo in giugno sostenuta da vissuti personali contrastanti: la chiara disperazione dei militari espressa dal grido “Non lasciateci Sorelle!”; il confuso sentire delle sorelle felici del rientro in famiglia accompagnato dal tormento di lasciare gli infelici soldati in situazioni drammatiche; l’unico aiuto che si intravedeva fu la consapevolezza di far giungere notizie alle famiglie degli internati. Giannina, con le compagne, lasciò Zeithain il giorno 8 giugno 1944: finalmente a casa! Il rientro significò anche prendere coscienza del lavoro da svolgere… S.lla Pessina già nel gennaio ‘45 fu in servizio presso l’Ospedale di Bizzozzero-Varese sino al 20 giugno dello stesso anno. Non è presente sullo Stato di Servizio, ma le annotazioni precise provenienti dal testo “Sorelle di terra e di mare” (a.c.d.) V. Brayda – G. Di Rago, pongono Giannina – in quelle note chiamata Luisa Pessina – nel settembre 1945 presso la Caserma Cavour di Torino e successivamente presso il campo profughi stranieri n° XVIII a Grugliasco (To) ancora con S.lla Novellis.
Poi una lunga pausa sino al luglio ’46 quando le venne richiesto di sostituire una Sorella destinata all’Ospedale di Merano (COCRI).
Giannina si rese disponibile e partì per Merano accompagnata dalle positive e gratificanti note personali referenziate dalla Ispettrice Confalonieri.
Dal 17 giugno 1946 al 15 gennaio ’47 risulta attiva presso l’Ospedale di Merano 646. Molte perplessità ha suscitato la lettura del giudizio formulato dalla responsabile dell’ospedale alla chiusura del servizio:
Giannina è raccontata come persona egoista, ipocondriaca, attenta a risparmiarsi sul lavoro e nella fatica e tacciata di falsità; insomma una osservazione della persona assai negativa, quasi cattiva che stride pesantemente con i precedenti della Sorella sempre descritta come persona attiva e funzionale alle richieste.
Cosa sarà successo?
Un ultimo lunghissimo, continuativo servizio CRI: la gestione dell’Ambulatorio scolastico sino al raggiungimento della quiescenza. Sorella Pessina muore il 14 marzo 1992.
Perché si è voluto parlare di S.lla Pessina?
Non è stata un personaggio carismatico, non era Sita Meyer che fondò la prima ambulanza-scuola, non è stata la sfortunata giovane Maria Cristina Luinetti che perse la vita in missione di pace, non è stata Sofia Novellis di Coarazze infermiera umilissima e infaticabile, sostenuta da profondissima fede cristiana e rivelatasi poi una consacrata a tutti gli effetti.
Giannina era una donna normale che in modo tranquillo, nobile e silenzioso ha giocato la sua partita nel mondo:
figlia, sorella, insegnante, infermiera volontaria; più ruoli che contrastavano anche con la sua apparenza arcigna, autoritaria, decisa e senza sbavature.
Fu invece al servizio di una idea di generosità poco raccontata e tutta espressa nel volontariato un po’ nascosto e rivolto in modo importante anche al mondo della scuola. Una grande parentesi fu la seconda guerra mondiale.
Un modo molto intimo ed essenziale di ricordare le sofferenze del campo, di raccogliere fotografie, poesie, biglietti, piccoli doni accompagnati da gentili pensieri e fermati in quegli album così scuri con didascalie semplici ma mai vuote, mai teatrali che hanno saputo cogliere l’attimo con immediatezza.
In Giovanna, grazie al suo comportamento riservato e ad un vissuto mai ostentato ma che merita di essere ricordato, riconosciamo l’esempio di una donna forte, capace di superare ostacoli e difficoltà non con la tempra del guerriero ma con la consapevolezza di una persona strutturata e realizzata.
ONORIFICENZE:
Medaglia d’argento al Merito con palma della CRI 1 marzo 1949
Brevetto e Croce al merito di guerra
Nastrino della Campagna 1940-1943 con stellette
Nastrino della guerra di liberazione
Croce di anzianità 16 aprile 1963
Per maggiori informazioni: archiviostorico@crisaronno.it
Relazione pubblicata nel 2022 negli “Atti del Convegno Divulgatori di Storia, della medicina e del Movimento Internazionale” – Roma 2-3 luglio 2022 a cura di Maria Enrica Monaco e Riccardo Romeo Jasinski edizioni Collana di Monografie Storiche n°5
Si ringraziano gli eredi della famiglia Pessina per i ricordi, foto e cimeli qui riprodotti.
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